La scatola dei ricordi


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Un sole di 58 anni.

Vorrei regalarti il sole

ma il sole mio,

mammina, sei tu!

Buon compleanno!!

Se ti conosco come credo di conoscerti, in questo momento stai sorridendo! Sappi che se me lo chiedessi, sarei disposta ad alzarmi in piedi sulla sedia, stasera in pizzeria ed a recitartela a voce alta davanti a tutti!

Ricordi quello che ti ho detto l’anno scorso? Non è cambiato nulla, se non l’amore che provo per te: più grande, più consapevole del dono che sei per me.

Auguri di cuore, mamma.

Ti amo.

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Tao tao.

“Amore, la mamma va a prepararsi perchè tra poco va al lavoro, ok?”.

“Dodo*?”.

“Si, vado da Dodo”.

Annuisce e torna a giocare sul tappeto con Puffoforzuto.

Dopo 10 minuti:

“Amore, mi dai un bacino? la mamma va al lavoro, da Dodo ma torna presto”.

Trattengo il fiato e la osservo attentamente: ora tenderà le braccia, scoppierà nel solito pianto disperato e Puffoforzuto cercherà di consolarla, mentre io col groppone in gola e le spalle curve uscirò da quella porta.

….

La Tata si alza, mi prende per mano, mi accompagna alla porta e mi stampa un bacino sulle labbra. Tutto qui? Io e Puffoforzuto ci guardiamo increduli. Apro la porta: niente strilli. Nessun pianto disperato. Esco di spalle, facendole ciao ciao con la mano, lei mi butta un bacino volante e sorridendo mi saluta: “Tao tao” e BAM! mi sbatte la porta in faccia.

Battito compulsivo di ciglia. Faccia a forma di punto interrogativo. Aspetto qualche secondo prima di scendere le scale, origliando dietro la porta: silenzio. Ok… vado.

Wow! Era proprio quello che volevo! Ho dovuto lavorarci un po’ su ma alla fine ci siamo riuscite! Basta usare le parole giuste.

Benissimo…

Doppio wow…

Allora perchè questa nuova conquista non mi fa fare salti di gioia?! Ho bisogno di una solidale pacca sulla spalla…

* Dodo è il nome, pronunciato dalla Tata, del mio Grande Capo.


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Profumo di famiglia.

Il Papy ha sempre avuto la passione della campagna: passione che l’ha portato dapprima a comprare il terreno da coltivare e poi a costruire una casetta tutta nostra. L’abbiamo disegnata insieme, decidendo gli spazi e cercando di accontentare i desideri di ognuno di noi: io ho voluto il camino (ditemi, che casetta di campagna sarebbe senza un camino?), la Mamy ha voluto un’ampia cucina in muratura, la Sory un piazzale grandissimo pavimentato su cui sguinzagliare i nostri marmocchietti e mio fratello Iceeyes è stato il suggeritore della zona forno a legna-barbecue.

Stamattina, malgrado fosse novembre inoltrato, noi eravamo lì a goderci il sole ancora caldo con la Tata che pasticciava con la terra (sarà andata avanti e dietro non so quante volte a riempire l’acqua alla fontana per innafiare i fiorellini) e che  La Mamy e la Sory impastavano, stendevano, preparavano. Io sono l’addetta alla supervisione dei marmocchietti: sarà per tenermi le mani impegnate?! Ad ogni modo oggi sul piano cottura c’erano tre pentoloni pieni di uva che il Papy e la Mamy avevano sapientemente privato dei noccioli (si parla di quantità industriali eh! 25 kg di uva!) e che si trasfomerà nella mostarda che io tanto adoro e che andrà a farcire le crostate che la Mamy preparerà durante l’inverno e i dolcetti natalizi.

Mentre l’uva era in cottura, la Sory sbucciava dei limoni che a breve si sarebbero trasmormati in un limoncello gustosissimo, l’unico che riesco a bere senza che l’alcool mi bruci la bocca e lo stomaco!

Facciamo un gioco. Provate a chiudere gli occhi e lasciatevi guidare da me. Vi fidate? Immaginate una casetta di campagna, circondata da ulivi. Avvicinatevi alla finestra: passateci la mano sopra per toglierci quella patina di umidità. Cosa vedete?

Ora aprite la porta: questo profumo di mostarda, di limoni e clementini che sentite è il profumo della mia famiglia. Credo sia andato qui, all’immagine di noi in questa casetta di campagna, che sia andato il mio pensiero quando abbiamo scoperto la malattia del Papy. Credo sia stata questa la mia paura più grande durante le fasi delicate delle terapie: non poter sentire ancora questo profumo.


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Farfallina.

La conquista della mia libertà è legata ad una data precisa: 15 ottobre 2002. Avevo 23 anni. Lo so cosa state pensando: un po’ troppo grandicella? In effetti sì ma credetemi se vi dico che non è stato affatto facile.

Come vi avrò già raccontato qualche post fà, sono stata fidanzata per sette lunghi anni con un ragazzo che pensavo di amare. Ecco, pensavo, ma a sedici anni non lo sai bene cosa intendi per amore. Posso dire di averlo capito quando la nostra storia è finita. Quando io ho deciso, inaspettatamente agli occhi di tutti, che era giunto il momento di porre la parola fine. Io avevo un vulcano dentro di me, che ho cercato di tenere a bada per troppo tempo e che non ho potuto più controllare. In quei sette anni mi ero giocata la cosa più importante che avessi: la libertà. Niente uscite con le amiche, figurati poi se si fosse trattato di amici… Niente Università! Troppo pericoloso, certo non per me. Io e lui, al massimo con i suoi genitori. Moltiplicatelo per sette lunghi anni e vedrete che come risultato vi darà lo stesso che ha dato a me: fine della storia.

Non vi sto a raccontare nei dettagli di tutte le difficoltà che ho dovuto attraversare, dei pedinamenti, delle liti ferocissime con i miei genitori e con mia sorella. Non l’accettavano. Non che lui fosse uno stinco di santo o il miglior ragazzo che si potesse desiderare per me, tutt’altro. Era la situazione che non riuscivano a gestire. Non mi riconoscevano più: mi chiedo se ci avessero davvero provato a conoscermi all’epoca. Dal canto mio io avevo ben chiaro quello che avrebbero dovuto fare tutti: farsi da parte, lasciare che fossi io a gestire la cosa da sola, perché era in ballo il mio futuro, erano in gioco i miei sentimenti. Lui? un bambino capriccioso che batte i piedi a terra e chiede ai suoi genitori di ridargli il suo giocattolo preferito. Suo padre e sua madre cercarono di convincermi  dapprima con le buone a tornare con lui, sventolandomi un brillante davanti agli occhi e poi con le cattive, minacciandomi che se il figlio avesse compiuto un gesto insano avrei dovuto risponderne io. Deprimente. Avevo solo 23 anni e non stavo divorziando. Era saltato il rapporto con i miei genitori, con mia sorella. Solo due persone non mi voltarono le spalle: mio fratello Iceeyes e Grande Capo. Mio fratello mi offrì di dormire nella sua stanza, visto che con mia sorella non c’era più dialogo. Grande Capo mi diede tutto il suo sostegno sotto forma di libri nuovi in cui avrei potuto riconoscermi, di lunghe chiacchierate in cui riuscivo a non sentirmi in colpa ma ad assaporare – seppur ancora a piccoli sorsi –  il gusto della libertà. Con lui non mi sentivo giudicata. Dietro suo suggerimento decisi di iscrivermi all’Università. Lui stesso mi ci accompagnò.

Ormai avevo spiccato il volo. La settimana dopo mi iscrissi in palestra (è inutile che ve lo domandiate: lo sport era out quando stavo con lui). Poi un giorno, mentre cercavo di rilassarmi sul divano, ascoltai questa canzone.

Farfallina – Luca Carboni.
Un fiore in bocca
può servire…
non ci giurerei ma dove voli
farfallina
non vedi che son qui
come un fiore
come un prato
fossi in te
mi appoggerei per raccontarmi
per esempio
come vivi tu
potresti dirmi
sorellina
in cosa credi tu
cosa speri
cosa sogni
da grande che farai
se ti blocchi
contro il vento
o spingi più che puoi
che paura certe notti
ti senti sola mai
Così sola da
da non poterne più
Se hai bisogno d’affetto
se ne hai bisogno come me
se hai bisogno d’affetto
e di qualcosa che non c’è
… per te tra gioia
e dolore
che differenza c’è
vuoi dei figli
sì dei figli
o non ci pensi mai
e il sesso è un problema
oppure no
sembri libera e felice
o a volte piangi un po’
Si dice in giro
farfallina
che tu l’anima non l’hai
e come fai
piccolina
a dire si o no
Non pensare che sia pazzo
se sto a parlare con te
è che sono solo
sorellina
così troppo solo che
Ho bisogno d’affetto
per oggi tienimi con te
ho bisogno d’affetto
ho bisogno anche di te
ho bisogno di amore
e di qualcosa che non c’è
Ho bisogno d’affetto…
ho bisogno d’affetto…
ho bisogno d’amore…

Ogni singola parola sembrava esser stata scritta per me. La melodia mi entrò nella testa e nel cuore. Due settimane dopo aver rotto il mio fidanzamento, precisamente il 15 ottobre del 2002, una farfallina blu fù tatuata sulla mia pelle, indelebilmente, sul mio ventre. Mai più, a nessuno, avrei dato il diritto di privarmi della mia libertà. Da quella stanza ne uscì un’Alessandra diversa: più sicura, più forte ma soprattutto più fiduciosa nel futuro. E col tempo ho recuperato il rapporto con i miei genitori e con mia sorella. Ho intessuto nuove e preziose amicizie. Come dite? Anche con i maschietti? Beh, Grande Capo oltre ad essere il mio Capo è anche il mio migliore amico.