La scatola dei ricordi


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Aperte le iscrizioni per il corso di cattiveria.

Questa ve la devo proprio raccontare!
Esco di casa alle 15:50 per essere in ufficio alle 16:00. Metto in moto la mia Cubotta e vado. Pochi metri e… becco il vecchietto di turno in bicicletta! Rallento e aspetto che la strada diventi più larga, solo che il nonnino decide di mettersi al centro della strada e va a 10 km/h!
“Ora se suono il clacson gli prende un colpo…” penso (la mia Cubotta, per quanto sia una normalissima monovolume, ha il clacson di un tir…). Così decido di aspettare, al massimo arriverò con 5 minuti di ritardo ma questo nonnino mi fà proprio tenerezza! Arrivati all’incrocio, semaforo verde, il nonnino svolta a sinistra ed io proseguo dritto e…inchiodo! Per un pelo non mi vengono addosso due ragazzi in bicicletta, passati con il rosso!!
Evito di strombazzare per quanto detto sopra ma si sa che quando si parla di cretini, mica ti puoi aspettare che finisca lì?! no, perchè i due si piazzano davanti alla mia macchina, uno accanto all’altro, passeggiando e chiacchierando manco fossero in aperta campagna.
E siccome la pazienza è la virtù dei forti, aspetto che capiscano di doversi mettere in fila indiana…
Aspetto…
aspetto…
aspetto…
Basta! Dito sul clacson è “PEEEEE!!”.
Uno dei due si volta, mi guarda sorpreso (si sarà domandato cosa abbia fatto di male) e mi fa cenno di aspettare.

“Vi devo pure aspettare…”.
Metto la freccia, sorpasso, i due mi guardano e… non so cosa mi sia preso, mi parte il dito medio, tipo molla!!
Mi rispondono in “francese”, credo, ma adesso non li ho più davanti a me.

Poco dopo scoppio a ridere. 
Io non ho mai fatto una cosa del genere… mi sono sentita un pò camionista, con tutto il rispetto per questo nobile mestiere, ma è stato… liberatorio!
Se ci fosse stato Puffoforzuto con me, mi avrebbe chiesto di indietreggiare con gli indici incrociati!
Arrivo in ufficio, 16.00 in punto. Parcheggio.
Chi mi ritrovo dietro?
I due cretini.
“Ora mi picchiano”.
E invece no, i due cretini mi superano ed io scendo  quatta quatta dalla macchina e mi infilo nel portone.
Ha ragione Puffoforzuto: devo iscrivermi ad un corso di cattiveria!


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La Tata.

Qualche giorno fà, chiacchieravo con la Mamy del blog e degli pseudonimi che ho scelto per la mia bimba e per mio marito. Puffoforzuto l’ho scelto perchè solo in questo mio nuovo mondo posso immaginare un uomo di quasi due metri, piccolo come un puffo… forzuto perchè mio marito ama lo sport ed è piuttosto muscoloso. Per la Tata, vi devo prima raccontare un episodio di quando ero bambina.
Era Natale. Avrò avuto si e no sei o sette anni. La mia compagna di giochi aveva ricevuto per regalo una bambola bellissima: sembrava una bambina vera! Tutta vestita di rosa, con i ciuccio e il biberon. Così, scrissi la letterina a Babbo Natale e gli chiesi la stessa bambola. E Babbo Natale mi accontentò. O meglio: ci provò.
Quando aprii la scatola, tutta emozionata, la prima cosa che notai fu il vestitino celeste della bambola. Che strano… quello della mia amichetta era rosa… i capelli della mia bambola erano corti, quelli della sua erano più lunghi… la mia bambola aveva i pantaloncini, la sua aveva un vestitino… Babbo Natale aveva sbagliato regalo! Io volevo una bambola, non un bambolotto!! A conferma dell’errore, sulla scatola c’era scritto “TATO”: io avevo chiesto la “TATA”!!!
Delusa e un pochino arrabbiata lo feci notare a mio padre, il quale mi prese sulle gambe, spostò i capelli del bambolotto e mi fece notare che… il Tato aveva gli orecchini, per cui non poteva essere un maschietto!
Scattai in piedi felicissima! Pensai che in effetti anch’io avevo i capelli corti e che anch’io vestivo spesso di celeste: ma ero una femminuccia!

Solo quando sono diventata più grande ho potuto apprezzare il gesto di quel dolcissimo Babbo Natale che, aveva cercato la Tata in tutti i negozi di giocattoli della città ma aveva trovato solo il Tato. Così lo comprò, entrò in un negozio di bigiotteria, comprò degli orecchini e fece fare dal negoziante i fori alle orecchie del bambolotto.
E rese felice la sua bimbetta nel giorno di Natale.
La mia Tata somiglia moltissimo a quel bambolotto: bionda, pochi capelli, carnagione chiara, una puntina di nasino e due occhioni grandi e blu. 
Solo che questa volta non servono orecchini: ho una Tata vera!


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L’anello di fidanzamento.

Non ricordo come Puffoforzuto mi ha chiesto di sposarlo.
Non me lo ricordo perchè non me l’ha mai chiesto ufficialmente.
Se dovessi immaginare la scena: Puffoforzuto in ginocchio – brillocco scintillante in mano – io che lo guardo con gli occhioni da gatto con gli stivali… significherebbe che o io o lui avevamo bevuto un Mojito di troppo! No, non è proprio da Puffoforzuto una roba del genere… Sarà che lui sa perfettamente che non amo i gioielli e, viste le sue numerose esperienze amorose precedenti, avrà tirato un sospiro di sollievo. Però, perchè nasconderlo, io all’anello di fidanzamento un pò ci tenevo: insomma, rappresenta la promessa di un matrimonio. E mica pretendevo un anello stile “Beautiful”, mi sarebbe piaciuta anche una fedina semplice semplice.
Così ho cominciato a sperarci.
Dal giorno in cui ci siamo fidanzati, il 4 agosto del 2006, al giorno del matrimonio, 4 agosto del 2009 sono passati tre anniversari, tre compleanni, due Natali ma dell’anello nemmeno l’ombra. E siccome Puffoforzuto non ama fare i regali alle feste comandate, ho cominciato a pensare che forse l’anello sarebbe arrivato in un giorno qualunque, proprio per renderlo unico.
Ricordo con simpatia un campeggio a Gallipoli. In quella settimana festeggiavo il mio compleanno: ho cominciato a pensare in che modo mi avrebbe stupita Puffoforzuto e così pensai, a priori, di sdebitarmi offrendogli una cena a base di pesce. Fu una serata bellissima, romantica: immaginavo di trovare in qualche piatto, magari in un’ostrica, lui, l’anello di fidanzamento! E allora guardavo attentamente ogni singola portata, bevevo a piccoli sorsi il vino bianco: che ne sai, magari l’aveva fatto mettere nel flut! Niente di tutto ciò. Così pensai che, forse, la sorpresa l’avrei trovata al ritorno, sul materassino matrimoniale, nella nostra tenda… in effetti, sì, sarebbe stato molto più romantico e intimo!
Niente. Il nulla. Non c’era l’anello di fidanzamento e non c’era il regalo.

Puffoforzuto non mi ha mai regalato un anello di fidanzamento, eppure all’anulare della mano destra, io porto un anello meraviglioso, preziosissimo e non solo per il valore, che ho indossato il giorno del mio matrimonio e che non ho mai più tolto.
Questo anello le ha permesso di tenermi per mano e di accompagnarmi all’altare il giorno in cui mi sono sposata.
Questo anello le ha permesso di accarezzare il pancione che avrebbe tanto voluto accarezzare.
Questo anello mi ha dato la forza di andare avanti nei momenti più bui della mia vita.
E’ molto di più di un “semplice” anello.
E’ il suo anello. E non è servito stringerlo o allargarlo: è perfetto così.


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(S)commesse.

Io e Puffoforzuto andiamo a fare compere per la Tata.

Io: vorrei vedere dei vestiti per la mia bambina.
Commessa: quanto ha la bimba?
Io: quattro mesi e mezzo.
Commessa: allora, vogliamo vedere una 6/9 mesi come taglia?
Io: mmm… meglio una 12 mesi.
Commessa: signora, non esageri… ha solo 4 mesi…

Tata piange nel carrozzino. La prendo in braccio.

Commessa: è lei la sua bambina?
Io: sì.
Commessa: ah… allora vediamo una 12/18 mesi!
Io: 12 mesi è sufficiente, grazie.

Ma io dico: vero è che sono nana e che ho una figlia gigante ma se ti giri un attimo a vedere il suo papà, magari si capisce da chi ha preso… e magari ti fidi e mi dai una 12 mesi!!!
Tzè!
Che poi tanto nana non sono… sono loro ad essere alti!
E comunque Puffoforzuto ha perso la scommessa e mi deve una pizza.

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La mia scatola dei ricordi.

Perchè “la scatola dei ricordi”?
Qualcuno, giustamente, me l’ha già chiesto.
Perchè ci sono persone, posti, momenti che ho vissuto e che vivrò che non voglio dimenticare e raccontandoli, su questo blog, verranno riposti con cura in questa scatola, al sicuro, lontani dalla polvere del tempo che passa e che sbiadisce i ricordi.
Perchè quando riponi qualcosa in una scatola dei ricordi, puoi sempre riprenderla e ricordare. 
Perchè mi piace pensare che quando la mia Tata (e i suoi fratellini – ne vorrei ancora altri due!) crescerà, se ne avrà voglia, potrà leggere tra le righe quanta luce ha portato nelle nostre vite.
Attraverso questo blog voglio raccontare il mio passato e parallelamente il mio presente.
Nulla andrà perso così facendo.

“Il passato è storia, il futuro è mistero ma l’oggi è un dono: per questo si chiama presente” (io adoro Kung fu Panda!)

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Ho cantato vittoria troppo presto.
I dolori sono tornati, meno intensi ma ci sono.
Mi hanno fatto una flebo a casa di acqua fisiologica per permettere al calcolo o alla renella di scendere. Bevo 4 litri d’acqua al giorno, faccio tanta plin plin ma ancora nulla.
Devo dire, però, che il dolore è più sopportabile ma io e Puffoforzuto abbiamo deciso di andare da uno specialista a fare un’ecografia.
Però, per una che fa la ragioniera, farsi venire i calcoli non è poi così originale…
 

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I figli sò piezz e… reni!

Ieri mattina, con la mia bimbetta di quattro mesi e mezzo, Tata, e mio marito, Puffoforzuto, ci siamo messi nella nostra Flinstones’car e ci siamo diretti in un centro commerciale. Giusto il tempo di parcheggiare, montare il carrozzino ed entrare che, PAM!, un dolore fortissimo all’altezza del rene sinistro. Inizialmente ho cercato di ignorarlo ma ha cominciato ad essere sempre più forte, insistente, fisso e allora l’ho riconosciuto: era in atto una colica renale! Ne avevo già sofferto circa sette anni fà ma sono dolori talmente forti che non li ho più dimenticati! E sono finita in ospedale tutte le volte che si sono presentati.
Stavolta però avevo una priorità: preservare il latte per la mia Tata. L’allatto al seno da quando è nata e la bimbetta cresce alla grande, con grande compiacimento del pediatra che tutte le volte mi fa ripetere che “sì, prende solo il mio latte, nient’altro”.
E quando allatti al seno non puoi permetterti di soffrire di una colica renale, perchè i farmaci che ti danno per placare il dolore e far passare la colica finirebbero nel latte. Niente di pià chiaro nella mia mente: io il Voltaren non me lo faccio fare! Ora mi metto a letto, al caldo e il dolore passerà!
Sì, col cavolo! E’ stato un crescendo, dolori insopportabili da togliermi il fiato. Così ho chiamato il pediatra che mi ha consigliato di prendere delle compresse di Tachipirina, l’unico farmaco compatibile con l’allattamento, ma che se il dolore non fosse passato avrei dovuto interrompere l’allattamento per il tempo delle cure e magari, con un pò di fortuna, riprenderlo dopo. Nel frattempo avrei dovuto dare alla Tata del latte artificiale, ma nessuno garantisce che il passaggio sia soft: intolleranze, allergie, sapore diverso da quello materno posso complicare le cose. Troppo rischioso.
Così ho preso la Tachipirina ma niente: il dolore non è mai passato!
Intanto a casa sono arrivate la Mamy e la Sory a prendersi cura della Tata, mentre Puffoforzuto si prendeva cura di me. Abbiamo sentito il parere di un amico medico che mi consigliava di non resistere troppo a lungo, perchè in quel caso avrei messo a rischio il mio rene e che se fosse comparso il vomito era il campanellino d’allarme che la soglia del dolore era stata abbondantemente superata e che avrei dovuto recarmi immediatamente in ospedale e farmi fare il Voltaren.
Ecco: ho vomitato per ben tre volte! Ed è stato lì che Puffoforzuto ha deciso di portarmi in ospedale, con le mie gambe o con le sue. Ma io ho continuato a sopportare il dolore e a preferire la soluzione, sicuramente più lenta, della sola Tachipirina.
Dopo dieci ore passate a torcersi nel letto con la borsa dell’acqua calda vicino al rene, Tachipirina ogni 5 ore… ho vinto io! Il dolore è passato e il latte era salvo!
Così Tata ha potuto fare tranquilla le sue poppate, sorridente, ignara di quello che stava succedendo. 
Oggi sto meglio. Solo un pochino spaventata che possa riaccadere. Non so se ne avrei ancora la forza.
Poi guardo nella culla qui accanto a me e vedo una bimbetta che dorme serena e sazia e capisco che, sì, la forza la troverei anche un’altra volta.

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